Dopo 25 anni di carriera, Zlatan Ibrahimovic ha detto addio al calcio e lo ha fatto, a modo suo, sorprendendo ancora una volta tutti con questo annuncio di cui nessuno sapeva nulla.

Con lui smette uno dei calciatori più forti e completi della sua generazione, nonché uno degli attaccanti più forti della storia del calcio ed uno dei marcatori più prolifici di tutti i tempi con più di 500 goal segnati in carriera tra Malmoe, Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Psg, Manchester United, Los Angeles Galaxy e Milan riuscendo ad aggiudicarsi più di 57 trofei che lo hanno reso uno dei dieci giocatori più vincenti di sempre.

Fu John Steen Olsen, talent scout dell’Ajax per la Scandinavia, che lo scoprì quando era ventenne e giocava nel Malmoe come ricorda Zlatan nella sua autobiografia:

«C’era un tizio, un danese, John Steen Olsen si chiamava. Era così tanto tempo che mi teneva d’occhio per l’Ajax che avevo cominciato a salutarlo»

Dicono che per Olsen sia sufficiente uno sguardo per capire se si trova di fronte ad un ragazzo che può fare il calciatore oppure no ma la forza di John Steen è anche quella di non accontentarsi mai della prima o seconda impressione e quindi torna più e più volte perché vuole essere sicuro di non sbagliare un colpo.

Durante la sua carriera di osservatore, ha fatto guadagnare ai Lancieri tantissimi soldi scovando talenti del calibro di Ibrahimovic comprato dall’Ajax per 8 milioni e rivenduto dopo tre anni alla Juventus per la cifra di 16 milioni di euro, Christian Eriksen che fu prelevato dall’Odense per un milione di euro e ceduto al Tottenham per 15 e ultimamente Kasper Dolberg comprato per 200 mila euro dal Silkeborg e passato per 20 milioni di euro al Nizza.

Ma Ibrahimovic non lo ricorderemo solamente come un calciatore formidabile perché lui è diventato un’icona generazionale per tanti ragazzini che come lui hanno avuto un’infanzia difficile caratterizzata da povertà, risse, furti e bullismo.

Partito dai sobborghi di Malmo, è riuscito ad arrivare ai vertici del calcio internazionale certamente grazie al suo talento ma fondamentali sono state anche determinazione e cultura del lavoro come disse durante un’intervista (corriere.it del 24/12/2020) che ci piace riportare in quanto lo rappresenta perfettamente e ci spiega il perché è e continuerà ad essere fonte di ispirazione per ogni bambino che sogna di diventare un calciatore:

“Il talento serve se lo coltivi. Bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Ci vuole sacrificio. Cosa sono i 90 minuti della partita? Niente, se non ti sei allenato tutti i giorni e tantissime ore.”

 

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